Le retribuzioni contrattuali orarie crescono del 2,5% rispetto a un anno prima, ma a settembre 2026 restano ferme sul mese precedente. Nello stesso periodo 2,5 milioni di dipendenti hanno un contratto nazionale in attesa di rinnovo. Sono i due lati della fotografia Istat sul terzo trimestre: gli aumenti già fissati procedono, mentre una parte dei lavoratori attende ancora l’aggiornamento della componente economica.

L’Istituto segnala inoltre che, per il secondo trimestre consecutivo, la crescita delle retribuzioni contrattuali è inferiore a quella dell’inflazione. L’aumento nominale degli stipendi incontra quindi prezzi che avanzano più velocemente.

Dove gli aumenti sono più forti

Su base annua il settore privato registra una crescita del 2,3%, la pubblica amministrazione del 3,2%. Nel privato, l’agricoltura sale del 3,3%, l’industria del 2,6% e i servizi del 2,1%. Il dato medio contiene dunque differenze legate ai calendari degli accordi e agli aumenti previsti per ciascun comparto.

Fra i settori con gli incrementi maggiori Istat indica scuola, telecomunicazioni e igiene ambientale. I rinnovi e le successive tranche contrattuali non si distribuiscono in modo uniforme nell’anno: per questo l’andamento del proprio contratto può essere diverso dalla media generale.

I contratti scaduti e l’attesa dei lavoratori

Alla fine di settembre sono 19 i contratti in attesa di rinnovo. I dipendenti interessati sono circa 1,1 milioni nel privato e 1,4 milioni nella pubblica amministrazione. Fra i privati in attesa, oltre tre quarti lavorano nei servizi.

Il tempo medio di attesa scende complessivamente a 20,8 mesi, dai 27,9 di settembre 2025. La riduzione deriva soprattutto dalla pubblica amministrazione, dove l’attesa passa da 36,9 a 21 mesi. Nel privato sale invece da 18,6 a 20,4 mesi: il miglioramento dell’indicatore complessivo non descrive allo stesso modo i due grandi settori.

Che cosa misura il dato e come leggerlo in busta paga

Le retribuzioni contrattuali seguono gli importi previsti dai contratti nazionali. Il netto accreditato a un singolo lavoratore dipende anche da ore, straordinari, premi, imposte e situazione personale. Quando si confronta la variazione statistica con il proprio cedolino, il primo riferimento è quindi il contratto applicato e la sua parte economica.

Su una base teorica di 2.000 euro lordi, una crescita del 2,5% corrisponde a 50 euro lordi: è un esempio aritmetico, utile per dare una dimensione alla percentuale. L’effetto sui consumi dipende poi dalla variazione dei prezzi e dal reddito disponibile.

Il nodo per i prossimi mesi è duplice: chiudere gli accordi ancora aperti e verificare quanto gli aumenti già fissati riescano a sostenere il potere d’acquisto. Il dato di settembre descrive avanzamenti nominali accompagnati da un’attesa ancora lunga per una parte significativa dei dipendenti.

Il tema del potere d’acquisto resta centrale anche negli ultimi dati sull’inflazione di ottobre 2026, successivi al periodo di questo rapporto sui contratti.

Fonti

Istat: retribuzioni contrattuali, luglio-settembre 2026; Istat: tavole complete e nota metodologica sui salari contrattuali.