Tajani prende le distanze dal trumpismo, ma il rapporto tra Meloni e il mondo MAGA non si può liquidare con un’etichetta. Ci sono un post pubblicato dalla premier, un intervento alla convention dei conservatori americani e un documento congiunto con la Casa Bianca. Ci sono anche dissensi espliciti, arrivati dopo. Metterli in fila permette di capire sia la vicinanza politica sia i suoi limiti.

Il punto di partenza è l’intervista di Antonio Tajani al Messaggero del 4 novembre 2026. Il ministro degli Esteri nega di essere stato trumpiano e, parlando della presidente del Consiglio, afferma: «Neanche Meloni è una MAGA». Rivendica la propria identità berlusconiana e i rapporti mantenuti anche con l’amministrazione democratica americana.

La frase di Tajani: quel «mai» cambia il confronto

Qui serve una distinzione. Nella fonte originale, Tajani usa il mai quando parla di sé e nel «noi» iniziale. La frase su Meloni è formulata al presente. Trasformarla in una negazione di qualsiasi vicinanza passata significa attribuirle una portata più ampia.

Questo non chiude la questione politica. Rende però più preciso il confronto: una cosa è sostenere che Meloni oggi non si riconosca nell’etichetta MAGA, un’altra è negare le convergenze che lei stessa ha rivendicato. Per ricostruirle non occorre indovinare le intenzioni della premier: bastano le sue comunicazioni pubbliche.

Il post del 17 aprile 2025: lo slogan scelto da Meloni

Il documento più immediato è su X. Il 17 aprile 2025, giorno dell’incontro con Trump alla Casa Bianca, Meloni pubblica sul proprio account: «Rendiamo l’Occidente di nuovo grande – Make the West Great Again».

La formula riprende il linguaggio dello slogan trumpiano e ne sposta il perimetro dall’America all’Occidente. Non è una didascalia attribuita alla premier da un avversario: è il messaggio scelto dal suo account. Documenta una sintonia comunicativa e politica; da solo, però, non dimostra un’adesione a ogni decisione dell’amministrazione americana.

L’incontro è disponibile anche nel video pubblicato dal canale Palazzo Chigi: una fonte che permette di riascoltare le dichiarazioni nel loro contesto, oltre alla clip condivisa sui social.

Al CPAC la vicinanza era già esplicita

Il post non nasce dal nulla. Nel videointervento al CPAC del 22 febbraio 2025, ripubblicato con la trascrizione sul sito ufficiale di Meloni il giorno successivo, la premier difende il rapporto con Trump e sostiene l’intervento del vicepresidente JD Vance alla conferenza di Monaco.

Nello stesso discorso indica però il commercio come un terreno in cui ciascuno difende i propri interessi e sostiene la resistenza ucraina all’aggressione russa. È un passaggio utile proprio perché contiene entrambe le dimensioni: appartenenza a un campo conservatore comune e interessi nazionali che possono divergere.

Oltre gli slogan: l’intesa scritta e la prefazione di Trump Jr.

Il comunicato congiunto pubblicato il 18 aprile 2025, conservato nell’archivio federale americano, aggiunge un livello concreto. Italia e Stati Uniti confermano la cooperazione nella NATO, sul contrasto all’immigrazione irregolare, sull’energia e sulle tecnologie. Il documento sostiene anche la leadership di Trump nella ricerca di un cessate il fuoco in Ucraina.

È un’intesa tra governi, non una tessera MAGA. Ma mostra su quali dossier la vicinanza cercava di tradursi in collaborazione. Un altro legame, questa volta editoriale, è verificabile nel catalogo dell’editore dell’edizione americana di I Am Giorgia: la prefazione è firmata da Donald Trump Jr.

Ci sono anche i dissensi: il caso Afghanistan

Una ricostruzione completa deve includere ciò che contraddice l’idea di un allineamento permanente. Nella nota ripubblicata dall’Ambasciata italiana a Kabul il 25 gennaio 2026, Meloni contesta le parole di Trump sul contributo degli alleati in Afghanistan. Richiama i 53 militari italiani caduti e gli oltre 700 feriti e respinge una ricostruzione che ne sminuisca l’impegno.

Quel dissenso non cancella il post dell’aprile precedente. Il post, a sua volta, non cancella il dissenso. Il quadro che emerge è più interessante di un sì o no alla parola MAGA: Meloni ha cercato una forte sintonia con Trump, senza rinunciare a contestarne singole posizioni. Per valutare la linea del governo contano entrambe le cose, con le loro date e con le parole esatte.