Più di 117 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case a causa di conflitti, violenze, persecuzioni e altre minacce. Il dato è stato richiamato da Barham Salih, Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, nel suo intervento del 4 novembre 2026 alla Terza commissione dell’Assemblea generale.

Non sono tutti rifugiati arrivati in un altro Paese

Il totale riguarda lo spostamento forzato e comprende situazioni differenti. Non va letto come il numero di persone che hanno attraversato tutte un confine internazionale o che hanno raggiunto l’Europa. Una parte delle crisi costringe le famiglie a muoversi all’interno del proprio Paese.

La distinzione è essenziale quando la cifra viene usata nel dibattito sull’immigrazione: descrive la dimensione globale della fuga, non gli arrivi in una specifica frontiera e neppure un unico status giuridico condiviso da tutti.

Quando una sistemazione temporanea dura anni

Salih richiama tre problemi che si sommano: conflitti più prolungati, permanenza lontano da casa più lunga e riduzione delle risorse umanitarie. Il rischio è che ciò che nasce come una risposta provvisoria diventi una condizione permanente per persone e comunità ospitanti.

La posizione dell’UNHCR è mantenere la protezione e, insieme, costruire possibilità di autonomia e soluzioni sostenibili. Una scuola accessibile, la possibilità di lavorare e il sostegno alle istituzioni locali incidono sulla vita quotidiana anche quando il rientro non è immediatamente possibile.

Il divario nei finanziamenti e il diritto d’asilo

Già il 12 ottobre l’ONU aveva segnalato che l’agenzia aveva ricevuto circa 3 miliardi di dollari sugli 8,5 necessari per l’anno. È una fotografia di quella data, non il saldo aggiornato al 4 novembre: mostra il contesto finanziario in cui arriva il nuovo appello.

Nel settantacinquesimo anniversario della Convenzione del 1951, Salih difende inoltre sistemi d’asilo credibili, equi ed efficienti. La gestione delle frontiere, sostiene, deve restare compatibile con la protezione di chi rischia persecuzioni.

Il messaggio lega così emergenza e politica: gli aiuti rispondono ai bisogni immediati, ma la riduzione dello spostamento forzato richiede anche soluzioni ai conflitti. Il numero di persone assistite, da solo, non misura la possibilità di ricostruire una vita stabile.

Un esempio della pressione sulle comunità di confine è la crisi di Abyei, fra Sudan e Sud Sudan, dove il mercato di Amiet è anche un punto di transito per chi fugge dalla guerra.

Fonti

Fonte della notizia · Documenti e contesto · Documenti e contesto. Verifica del 6 novembre 2026.